Feb 04 2007
.:moi-sture
sono diverso da tutti
è per questo che tutti sono diversi da me
è per questo che io mi diverto!
Feb 04 2007
sono diverso da tutti
è per questo che tutti sono diversi da me
è per questo che io mi diverto!
Nov 20 2006
Today I finished my thesis. Now it’s all about fixing typos. I can see the end of the tunnel.
May 17 2006
Non andare via/ma se proprio devi andare
Sai come si dice/va’, e sii felice
Mina Anna Mazzini
I smell of smoke. I take my t-shirt between my thumb and second finger and I pull it to my nose. It smells. I have to go two years in the past to smell the same. When I was in Bologna.
Tonite I saw A. In the same place we were last time, for his birthday. The last time we met. What happened after that is simple to describe: silence. Take a piece of blank paper and look at it: it’s as void as that.
There’s no point in being secretive. A is Alex, and the place is Flicks, a gay bar in Hillcrest, a neighborhood of San Diego. To be even more honest, A. is first Alex, then Anthony, two disasters in a row. And today - by accident - I talked to both. But what follows is about the first.
I was at Flicks with a couple of friends: Francisco and Justin. There was good conversation, good times and one dollar drinks. After two hours I was talking about my impressions on Washington DC and Justin leaves.
It’s only me and Francisco, ready for the third drink, laughing and chilling. And suddenly - like a vision - A. is here. A equals Alex. And I’m not dreaming, damn me. Couldn’t I just be in bed, sleeping, concentrating of a ideal perfect WIWIWIG life where What I Want Is What I Get?
Walking towards the patio, where he is standing, is not really helpful. But I wanted to say hi so much, I felt like hammers were beating my back to move that way. And I’m there. And he’s there. And I look at him. And he smiles at me.
It’s bizarre. I say: how you doing? Careful that I’m tipsy and he starts telling me that he has recently been caught drunk driving, or DUI (Driving Under influence). And I start thinking about destiny, and jokes.
Do you know, silly, that that night, that last night the police pulled me over, and gave me a fine, while I was driving towards your house to bring you a present - while you weren’t there - for which I never had a thank you in response? They tried with all their strength to accuse me of drunk driving, but they failed.
So the only answer to his sentence was: I have a funny story about being caught drunk driving, but I won’t tell you. Have you any idea, crazy little boy, that I’ve been paying $148 that night just for bringing you a present that you were even unable to read the dedication? And I did that for nothing, which is what I got in return? You crazy wonderful person with the sensitivity of a broken chair? Sigh.
I’ll keep the story for me. I’ll just smile and be nice to him. And I’ll just tell Francisco, to get some empathy. And I’ll tell you, affectionate or casual readers, that I frankly don’t know what to expect from people. At least here in California. What does keep me here?
I have no answer and I just dream about a surreal, impalpable, invisible connection that the poet Ugo Foscolo called the “corrispondenza d’amorosi sensi” (mutual exchange of love sensations) between me and a perfect counterpart. Damn idealism!
But at the very very end what I hate most is the awful sensation of being mocked by the destiny. It’s unnecessary. And for somebody that, when I leave, is ready to hug me and kiss my neck and leave me in that unknown limbo where good and bad melt together.
Dec 10 2005
Le mie orecchie fischiano orribilmente. Ho appena toccato il paradiso con una doughnut, di tipo old-fashioned, ricoperta di cioccolato. Che vorrà dire old-fashion, dio solo lo sa. Io ricordo soltanto un saporito fiume di zucchero, un’inondazione di quella dolcezza che per altre vie mi é improvvisamente negata.
Anni dopo lo patetico e svenevole, all’inizio della mia esplorazione (se Chatwin mi perdona l’abuso) venivo denominato bruscamente palestrato e saccente il qual può leggersi in parte come complimento ma non davvero, più come cosa lasciata a metà. Intirrizzito dall’evento come pioggia fredda su una vita anestetizzata a dovere dal modello americano, mi risentivo vagamente e decidevo di restarmene pensoso a casa a scribacchiar tesi e poesiole.
Ma J. non lascia passare il mio umore scontento e mi viene a raccatar fin sotto casa, lui e C. andiamo ad un qualche ristorante occidentale rifinito di dettagli d’oriente, misto di colori bianco e nero, graziosi vani decorati, dove minuscoli appetizers costan l’euro di dio, in dollari. Poco male, paga lui.
Arriva D. con l’attuale fidanzato, parrucchiera e uomo nero, e ci spostiamo in quest’altro localino con placida atmosfera, ma musica un po’ alta a mio parere, così che non sento troppo bene quel che D. + fida e J. si dicono tra loro. Poco male, a C. insegnerò tutto ciò che di sordido conosco della mia lingua madre.
a J. chiedo un consiglio su che bere, ed ecco che mi ritrovo un Mohito davanti. Dopo il Limeade al ristorante questo é al tempo stesso una scoperta e un piacere, col dolce gusto affusolato dalle foglie di menta, l’orgasmo zuccherino che ne viene me lo bevo a poco a poco, mescolando, con cannuccia azzurra le cui trasparenze, alla luce di candela, resto solo a rimirare.
Mi viene in mente il Rino amato di “Al compleanno della zia Rosina”, dove “proprio adesso ho finito, l’ultimo bicchiere di mohito, un mito ed ho capito che devo ancora bere”. Alla ricerca del mito ecco che James me ne chiama un secondo e io non posso dire di no, ogni cosa per lui é “pussy” e io forse ho bisogno di ancora più zuccheri e devo ancora bere, stasera; potere dello zucchero semplice, che finirà tutto sulla mia carta di credito, onerosa valanga di saccarosio.
Non c’é due senza tre, e mi ritrovo in questa sordida balera, apparentemente rimasta agli anni ‘70, in realtà post-decorata con piccoli elementi di colore rosso la cui discutibilità, per essere immensa, andava persino trascurata. Mi trovavo a scuotermi goffamente, con un altro drink in mano, arrivato da dove e con chissà quale sapore, al centro di una promiscuità a me estranea, quand’ecco che D. decide di mostrarmi il bootie clapping, tipico segno americano di amicizia che consiste nello sfregamento di un sedere femminile contro la zona perineale del soggetto maschile, in questo caso io.
D. sfrega e sfrega, come se dovesse accendere il fuoco, mentre il mio sorriso forzato e ubriacato si chiedeva in parte (probabilmente l’arcata superiore): “Cosa ci faccio io qui?”. Tanto per esser più sboccata, D, mi chede pure se ho gradito. E come tutte le domande che non chiedono un no come risposta eccomi ad affogarmi in una ciambella, al cioccolato. L’energia per dire una bugia, due righe sul blog, e poi a dormire. Domani, rifletteremo sugli errori.
Oct 30 2005
Sed Modo Senectus Morbus Est
Carmen Vitae Immoderatae Hic Est
[Diana Est, Tenax]

Eravamo intorno alla mezzanotte, anzi era appena passata, e Andy arriva con un drink: é il tuo compleanno devi bere. E io che son sempre meno buono a dire di no, afferro il bicchiere di plastica, 16oz o 33cl di liquido giallo, pallido colore di urina limpida e lo assaggio: il sapore mi porta alla memoria quella medicina di quando ero piccolo, e avevo la bronchite oppure forse era l’influenza, il Bactrim, un fluido bianco e pastoso col quale davano anche il cucchiaino di plastica, boccetta e cucchiaino, entrambi piazzati alla voce Bactrim. Il quale sarebbe invece vodka + Red Bull, ma non ho iniziato a volare (neppure a vomitare, però).
Non so quindi se la sensazione é quella della regressione ad un passato felice di bronchite; forse coadiuvato dai due Cuba Libre di poco prima diventa invece un mix di leggerezza, mi vedo chiaramente a ballare col mio scettro in mano di fianco a Minnie e Crudelia DeMon (Cruelia Deville, il nome d’origine): ogni tanto il loro grido nell’aria attraversa l’orecchio esterno e in un secondo si schianta sul timpano e mi manda un messaggio di auguri.
Col cambio dell’ora, mi sveglio, e forse é già mattino e non lo so. Le ore undici sono alle porte, ma niente capelli immobili o disegni statici, per ora. La notte estetica e la finzione scenica, però, ci stavano eccome, ancora me le ricordo. Eravamo in una specie di colonia penale, direi localizzata a Pechino o dintorni: asiatici dovunque e io e la topa a chiederci come ne avessero portati così tanti in un posto solo. La migliore é Kate: bacia uno nuovo e sempre quello ogni sera; che abbia trovato il giusto grado di fedeltà? Due ore, ma non due giorni.
La fame ad un certo punto é l’unica sensazione che posso sentire chiaramente: per sfamarla mi siedo. La battona e l’amica mi chiedono se va tutto bene e io dico: certo, ho solo un po’ di male ai piedi, queste scarpe sono eleganti ma non molto confortevoli. Tanto un secondo dopo le luci si accendono, e sono appena le due. O l’una?
La fame ci trasporta un po’ tutti, incuranti dell’ora e del biglietto, dalle parti di casa mia a ingoiare un boccone. La mezza é passata da un pezzo, e dove sono la mia nuova immagine, e il sogno complice? Devo pure farmi il letto, la complicità è piuttosto negativa. Mi immagino su questo lettino invece - meglio un triclinio - mentre lo psicanalista scandisce la sentenza: inconscio fragile, necessità di un mondo latino. E io a ripetere: forse quello latino mi manca, lo so, ma ne ho un paio di altri che ho usato e ultimamente mi tornano alla mente, prima di prendere sonno.
No, no, no, no: alla fine é solo il canto della vita moderata. Eccessiva, ma solo un po’. Triste quanto basta. Allegra quanto basta. Musicale quanto basta. Letterata a sufficienza. Abitudinaria, ma non troppo. Fortemente vincolata, ma senza farne un dramma. Soleggiata, con qualche nube all’orizzonte.
Manca solo un po’ di Fede.