May 29 2006
.:dies cruoris, dies illa
Avevo letto da qualche parte che davano il Requiem di Fauré, e non l’avevo mai sentito, e un po’ di sana musica francese di fine ottocento in una assolata domenica da spiaggia… che volete di più? Ma poi l’ho perso, il giorno e l’ora, e al suo posto mi son trovato in una chiesa a El Cerrito, dieci miglia da dove abito, ad ascoltare il Requiem di Mozart. Morto per morto, che vuoi che cambi.
Forse qualcuno ricorda di quando parlavo con un certo entusiasmo della sorpresa con cui ascoltavo la San Diego Symphony alla Copley Symphony Hall in Febbraio, o forse no. Ecco, le aspettative in questo caso stavano tanto più in basso. Ma di certo non così in basso da sfiorare l’imbarazzo. In questo coro sbilanciato con le voci maschili in pensione e le voci femminili a pestarsi i piedi a vicenda, l’orchestra anarchica e il direttore, nel disperato tentativo di accorciare la pena - mors tua, vita mea - a tirare tempi rossiniani, tanto mozart o rossini che differenza farà, alla simpatica signora in pigiama rosa e scarpe da tennis?
Si, la perfetta utente del concerto. Trasfigurata dal pigiama rosa, meglio della tuta, fresca e calda dal letto - come il pane migliore - alle tre del pomeriggio, e le tennis per stare più comodi. Mica l’unica. Famiglie intere. Padre e madre. Figlio. Figlia. Nonno. Nonna (if available). Nella fila davanti probabilmente fratello con altra famiglia e progenie: venite piccini in coro ad ascoltare non il bigino del Requiem! E state attenti alla nonna, che non si lasci trasportare troppo in là! Al - di - là!
Detto fatto! Alla pausa la simpatica ultra-tri-centenaria scelta a casa tra i presenti comincia a sanguinare nel bel mezzo della chiesa… miracolo! Frotte di fedeli con fazzolettini di carta e bottigliette di acqua a trattenere ciò che la natura richiama prepotentemente a sè. Non andare, sanguinario fossile! Resta con noi, mesozoico, la sera!
E io a pensare: portatela in Italia! Noi le cose antiche e lacrimanti sappiamo come trattarle! Macché! Niente tragedia, niente trapasso, niente replica del viennese per cause di forza maggiore. Il tutto si risolve col lieto fine: 200 miglia da Hollywood vorrà pur dire qualcosa, no?
E per celebrare la resurrezione, allora, che cosa meglio di una collezione di brani da Gilbert & Sullivan? Ecco il direttore del drammatico inno vestire i panni del capitano, ecco un’olandesina spuntare fuori dal coro, con le trecce bionde all’aura sparse! Il mescolamento, l’arte in cui l’America eccelle, è qui in tutte le salse. Così che mi sembrerà di andare a due concerti, o a mezzo; a seconda.


